Nella penisola di Kola, nell'estremo nord-ovest della Russia, a pochi chilometri dal confine con la Norvegia, c'è un tombino di metallo arrugginito saldato su una piattaforma di cemento. Sembra un rottame industriale come tanti, ma sotto quel coperchio si apre il buco più profondo mai scavato dall'uomo: il pozzo superprofondo di Kola, noto con la sigla SG-3. Arriva a 12.262 metri sotto la superficie, più di quanto l'Everest sia alto sopra il livello del mare.
Una corsa verso il centro della Terra
Negli anni Sessanta, in piena Guerra fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica non gareggiavano solo per lo spazio. Entrambe le superpotenze volevano perforare la crosta terrestre per studiarne la struttura profonda. Gli americani avviarono il Progetto Mohole, che puntava a raggiungere il mantello perforando il fondale oceanico, dove la crosta è più sottile. Il progetto fu abbandonato nel 1966 per problemi di costi.
I sovietici scelsero un'altra strada: scavare sulla terraferma, nello scudo baltico, una delle zone di roccia più antiche d'Europa. I lavori del pozzo SG-3 cominciarono il 24 maggio 1970. L'obiettivo dichiarato era raggiungere i 15.000 metri.
Come si scava un buco di 12 chilometri
Il pozzo non è un tunnel in cui si possa scendere: il foro principale ha un diametro di appena 23 centimetri. Per perforare la roccia gli ingegneri usavano una testa di trivellazione fatta ruotare da una turbina alimentata dal fango di perforazione pompato dall'alto, invece di far girare l'intera colonna di tubi, che a quelle profondità si sarebbe torta e spezzata.
Il lavoro fu lentissimo. Più si scendeva, più ogni sostituzione della punta richiedeva ore per estrarre e rimontare chilometri di tubi. Dal pozzo principale partirono diverse diramazioni, perché in più occasioni la colonna si ruppe e fu necessario deviare. Il record di 12.262 metri fu raggiunto nel 1989.
Le sorprese trovate in profondità
Il pozzo di Kola non fu solo un record: fu un esperimento scientifico che smentì diverse previsioni.
- Niente basalto dove era previsto. Le onde sismiche facevano pensare che verso i 7 chilometri il granito lasciasse posto al basalto. I geologi trovarono invece altro granito, fratturato e modificato. Il segnale sismico era prodotto da rocce trasformate dal calore e dalla pressione, non da un cambio di tipo di roccia.
- Acqua a chilometri di profondità. Le rocce profonde erano sature d'acqua. Non acqua arrivata dalla superficie, ma acqua liberata dai minerali stessi e rimasta intrappolata perché uno strato di roccia impermeabile le impediva di risalire.
- Fossili microscopici. A circa 6 chilometri di profondità furono identificati resti fossili di organismi unicellulari di plancton, conservati in modo sorprendente dentro rocce vecchie di circa due miliardi di anni.
- Un caldo inatteso. I modelli prevedevano circa 100 °C sul fondo. Furono misurati invece circa 180 °C. A quella temperatura la roccia si comportava più come una plastica che come un solido: tendeva a richiudere il foro appena la punta veniva estratta.
Proprio il calore segnò la fine dell'impresa. Arrivare a 15 chilometri avrebbe significato superare i 300 °C, con attrezzature che non erano progettate per resistere.
La fine del progetto
Con il crollo dell'Unione Sovietica arrivarono anche i tagli ai fondi. Le perforazioni si fermarono nel 1992, il pozzo venne chiuso negli anni successivi e il sito fu abbandonato. Oggi l'area è un insieme di edifici diroccati, meta di qualche esploratore urbano, e l'imboccatura del pozzo è sigillata con un coperchio metallico imbullonato.
Il record di Kola è stato superato in lunghezza da alcuni pozzi petroliferi, come quelli perforati in Qatar e al largo dell'isola di Sachalin, che superano i 12 chilometri di tubazione. Si tratta però di pozzi in gran parte inclinati o orizzontali. In profondità verticale nessuno ha fatto meglio del pozzo SG-3.
La leggenda del "pozzo per l'inferno"
Il pozzo di Kola è diventato famoso anche per una leggenda metropolitana. A partire dal 1989 alcune emittenti televisive religiose statunitensi raccontarono che gli scienziati, arrivati a grande profondità, avevano trovato temperature di oltre mille gradi, calato un microfono nel buco e registrato urla di dannati. Il "pozzo per l'inferno" fece il giro del mondo, prima sui giornali, poi su internet, accompagnato da una registrazione audio.
La storia non ha alcun fondamento. Le temperature misurate erano di circa 180 °C, non migliaia di gradi. Non esiste alcun resoconto scientifico di microfoni calati nel pozzo, e le presunte urla si sono rivelate un collage sonoro preso da un film horror, modificato e rallentato. Il racconto, peraltro, collocava i fatti in Siberia, a migliaia di chilometri da Kola. È un classico esempio di come un dato reale, il pozzo più profondo del mondo, possa diventare il punto di partenza per un mito moderno, come accade con molte storie di misteri e fenomeni inspiegabili.
Quanto siamo andati a fondo, davvero
Per quanto impressionanti, 12 chilometri sono pochissimo rispetto alle dimensioni del pianeta. La crosta continentale in quel punto è spessa circa 35-40 chilometri, e il centro della Terra si trova a circa 6.370 chilometri. Il pozzo di Kola ha scalfito appena lo 0,2% della distanza che ci separa dal nucleo. Se la Terra fosse una mela, non avremmo nemmeno bucato la buccia.
Tutto ciò che sappiamo sugli strati più profondi, dal mantello al nucleo, arriva da metodi indiretti: le onde sismiche prodotte dai terremoti, le misure del campo magnetico e della gravità, gli esperimenti di laboratorio ad altissima pressione e lo studio delle rocce che i vulcani portano in superficie. Anche i grandi laghi di origine tettonica, come il lago Baikal, raccontano molto su come la crosta si deforma e si spacca.
Un'eredità scientifica
Il pozzo SG-3 fu anche un laboratorio. Le carote di roccia estratte, migliaia di campioni, sono state studiate per decenni e hanno aiutato a capire come si comportano le rocce, i fluidi e il calore nella crosta profonda. Hanno anche mostrato quanto i modelli dell'epoca fossero incompleti: non basta ascoltare la Terra con i sismografi, a volte bisogna andare a guardare.
Altri progetti di perforazione profonda, come il pozzo tedesco KTB in Baviera, arrivato a circa 9 chilometri negli anni Novanta, hanno raccolto l'eredità di Kola. Nessuno però ha più tentato di superarne il record. Il coperchio arrugginito nella tundra russa resta così il monumento a uno dei viaggi più ambiziosi che l'umanità abbia mai fatto: non verso le stelle, ma verso il basso.
Per approfondire la storia tecnica del progetto si può consultare la voce dedicata al pozzo superprofondo di Kola su Wikipedia.




