Venere è coperta da vulcani: ne conta più di qualsiasi altro pianeta del Sistema solare, dai giganteschi scudi larghi centinaia di chilometri a migliaia di piccoli coni. Ma sono ancora attivi, o sono i resti di un passato lontano? Per decenni è stata una delle grandi domande della planetologia. Negli ultimi anni, rianalizzando vecchi dati radar, gli scienziati hanno trovato le prime prove convincenti che Venere è un pianeta geologicamente vivo.
Un pianeta nascosto
La superficie di Venere è invisibile ai telescopi ottici, nascosta da uno spesso strato di nubi di acido solforico. Sotto le nubi la temperatura è di circa 460 °C e la pressione è 92 volte quella terrestre, come spiega l'articolo sulle strisce nelle nubi di Venere. Per vedere la superficie servono i radar, le cui onde attraversano le nubi.
La mappa più completa è stata realizzata dalla sonda Magellan della NASA, che tra il 1990 e il 1994 ha scandito con il radar il 98% del pianeta. Le immagini mostrarono un mondo dominato dal vulcanismo: pianure di lava che coprono gran parte della superficie, grandi vulcani a scudo come Maat Mons, alto circa 8 chilometri, e strutture sconosciute sulla Terra, come le "frittelle", cupole di lava molto densa larghe decine di chilometri, e le coronae, enormi strutture circolari formate probabilmente dalla risalita di materiale caldo dal mantello.
Una superficie giovane
Un primo indizio di attività recente arrivò dal conteggio dei crateri. Su Venere ci sono meno di mille crateri da impatto, distribuiti in modo quasi uniforme. Per un pianeta di quelle dimensioni sono pochissimi: significa che la superficie è stata rinnovata dalla lava in tempi relativamente recenti, tra 300 e 800 milioni di anni fa secondo le stime. Non è chiaro se sia successo con un unico, gigantesco episodio di vulcanismo globale o in modo graduale e continuo.
Negli anni Duemila la sonda europea Venus Express osservò nell'infrarosso alcune zone di lava che sembravano meno alterate dall'atmosfera corrosiva, e quindi giovani, forse di poche centinaia di migliaia di anni o meno. Rilevò anche variazioni dell'anidride solforosa nell'atmosfera, che potevano essere spiegate da eruzioni. Ma nessuna prova era definitiva.
Le coronae attive
Nel 2020 uno studio pubblicato su Nature Geoscience, guidato da ricercatori del Politecnico federale di Zurigo, ha simulato al computer la formazione delle coronae e confrontato i risultati con le immagini radar. I ricercatori hanno individuato almeno 37 coronae con caratteristiche compatibili con un'attività recente o ancora in corso: strutture sotto le quali il materiale caldo del mantello starebbe ancora risalendo.
La bocca che cambia forma
La prova più diretta è arrivata nel 2023. Due ricercatori, Robert Herrick dell'Università dell'Alaska e Scott Hensley del Jet Propulsion Laboratory, hanno confrontato immagini radar di Magellan della stessa zona scattate a otto mesi di distanza, nel 1991. Vicino a Maat Mons hanno trovato una bocca vulcanica che, tra un'immagine e l'altra, era cambiata: si era allargata, aveva assunto una forma diversa e sembrava riempita di lava fino all'orlo. Il risultato, pubblicato su Science, è stato il primo cambiamento vulcanico osservato direttamente sulla superficie di Venere.
Nel 2024 un gruppo di ricercatori italiani dell'Università d'Annunzio di Chieti-Pescara, guidato da Davide Sulcanese, ha trovato un'altra conferma. Analizzando i dati radar di Magellan con tecniche diverse, hanno individuato nuove colate di lava comparse tra un passaggio e l'altro della sonda sul fianco del vulcano Sif Mons e nella pianura di Niobe Planitia. Le colate coprivano un'area di decine di chilometri quadrati: un'attività paragonabile a quella di alcuni vulcani terrestri.
Perché è importante
Sapere se Venere ha vulcani attivi aiuta a capire come funziona l'interno del pianeta e come perde il suo calore. La Terra lo fa soprattutto attraverso la tettonica delle placche; Venere, a quanto sappiamo, non ha placche, e il vulcanismo potrebbe essere il suo modo principale di "raffreddarsi".
Il vulcanismo influenza anche l'atmosfera. I gas emessi dalle eruzioni, soprattutto l'anidride solforosa, alimentano le nubi di acido solforico. Studiare l'attività vulcanica è quindi essenziale per capire perché Venere, così simile alla Terra per dimensioni, sia diventata un inferno. I pianeti con condizioni estreme sono raccontati nell'articolo sui pianeti estremi.
Le prossime missioni
Tre missioni sono in preparazione per tornare su Venere. VERITAS, della NASA, mapperà la superficie con un radar molto più preciso di quello di Magellan, e potrà confrontare le nuove immagini con quelle degli anni Novanta per trovare altri cambiamenti. DAVINCI farà scendere una sonda attraverso l'atmosfera. EnVision, dell'ESA, con una forte partecipazione italiana, studierà la superficie e il sottosuolo con un radar. I ricercatori sperano di vedere un vulcano in eruzione in diretta.
Per confrontare Venere con gli altri pianeti si può leggere l'articolo su pianeti e lune. Per approfondire si può consultare la voce Volcanism on Venus su Wikipedia in inglese. Altri articoli si trovano nella sezione Pianeti.




