Venere è il pianeta più simile alla Terra per dimensioni e massa, ma sotto ogni altro aspetto è un inferno. La sua superficie è nascosta da una coltre di nubi di acido solforico e la sua atmosfera è in continuo, vorticoso movimento. Osservandola con gli strumenti della sonda giapponese Akatsuki, gli scienziati hanno scoperto nelle nubi del pianeta enormi strisce parallele, simili al manto di una zebra. Una ricerca pubblicata nel 2019 ha provato a spiegarne l'origine.
Un pianeta estremo
Per capire le strisce bisogna prima capire Venere. Il pianeta ha un'atmosfera composta per il 96% di anidride carbonica, così densa che al suolo la pressione è circa 92 volte quella terrestre, la stessa che si troverebbe a quasi un chilometro di profondità nell'oceano. L'effetto serra è fuori controllo: la temperatura in superficie è di circa 460 °C, abbastanza da fondere il piombo, ed è più alta di quella di Mercurio, che pure è più vicino al Sole.
Tra circa 50 e 70 chilometri di quota si trova uno spesso strato di nubi, formate da goccioline di acido solforico. È quello che vediamo quando guardiamo Venere al telescopio: un disco bianco-giallastro quasi privo di dettagli nella luce visibile, ma ricco di strutture nell'ultravioletto e nell'infrarosso.
Venti più veloci del pianeta
Venere ruota su se stesso lentissimamente: un giorno venusiano dura 243 giorni terrestri, più del suo anno, e il pianeta gira in senso opposto rispetto alla maggior parte degli altri. Eppure la sua atmosfera fa il giro completo del pianeta in circa quattro giorni, con venti che a livello delle nubi superano i 350 chilometri orari. Questo fenomeno si chiama superrotazione ed è uno dei grandi misteri della meteorologia planetaria.
La scoperta di Akatsuki
Akatsuki, che in giapponese significa "alba", è una sonda dell'agenzia spaziale giapponese JAXA. Doveva entrare in orbita attorno a Venere nel 2010, ma un guasto al motore principale le fece mancare l'appuntamento. Gli ingegneri riuscirono a salvarla e, dopo cinque anni passati a girare attorno al Sole, la sonda si inserì in orbita attorno a Venere nel dicembre 2015, usando i piccoli motori di assetto.
Le sue telecamere a infrarossi, capaci di vedere la radiazione emessa dagli strati più bassi delle nubi, rivelarono strutture sorprendenti: lunghe strisce che si estendevano per migliaia di chilometri, disposte con regolarità e inclinate rispetto all'equatore, visibili soprattutto nelle medie e alte latitudini.
La spiegazione del supercomputer
Per capirne l'origine, un gruppo di ricercatori giapponesi guidato da Hiroki Kashimura ha realizzato una simulazione dell'atmosfera di Venere ad altissima risoluzione con l'Earth Simulator, uno dei supercomputer più potenti del Giappone. I risultati, pubblicati sulla rivista Nature Communications, hanno riprodotto strisce molto simili a quelle osservate.
Secondo il modello, le strisce nascono dall'interazione tra due fenomeni: le correnti a getto polari, venti molto intensi che circolano alle alte latitudini, e la circolazione di tipo meridionale, che porta aria dall'equatore verso i poli. Piccoli vortici vengono stirati e allungati dalle differenze di velocità del vento, fino a formare bande sottili e parallele. Un meccanismo simile a quello che, su scala diversa, disegna le bande di Giove.
Perché studiare le nubi di Venere
Capire l'atmosfera di Venere non è solo una curiosità. Venere e la Terra sono nati con dimensioni e composizione simili, eppure hanno avuto destini opposti. Molti scienziati pensano che in un lontano passato Venere possa aver avuto oceani d'acqua, poi evaporati quando un effetto serra sempre più intenso ha riscaldato il pianeta. Studiare come funziona la sua atmosfera aiuta a capire i limiti dell'abitabilità di un pianeta e a interpretare le osservazioni degli esopianeti di dimensioni simili alla Terra.
Le nubi di Venere sono anche al centro di un dibattito sulla possibile presenza di vita. Nel 2020 un gruppo di astronomi annunciò di aver rilevato nell'atmosfera la fosfina, un gas che sulla Terra è prodotto anche da microrganismi. La scoperta fu molto contestata e le analisi successive ne hanno ridimensionato la portata, ma ha riacceso l'interesse per le nubi venusiane, dove temperatura e pressione, tra 50 e 60 chilometri di quota, sono simili a quelle della superficie terrestre.
Le missioni del futuro
Dopo decenni di relativo abbandono, Venere sta tornando al centro dell'esplorazione. La NASA ha selezionato due missioni, DAVINCI, che dovrebbe far scendere una sonda attraverso l'atmosfera analizzandone la composizione, e VERITAS, un orbiter per mappare la superficie con il radar. L'ESA prepara la missione EnVision. Tra gli obiettivi c'è anche capire se su Venere ci siano ancora vulcani attivi.
Le missioni sovietiche Venera, tra gli anni Sessanta e Ottanta, restano le uniche ad aver fatto atterrare sonde sulla superficie. Resistettero al calore e alla pressione per al massimo un paio d'ore, inviando le uniche fotografie mai scattate dal suolo di Venere.
Sotto le nubi, la superficie di Venere è modellata dalla lava, e nuove analisi suggeriscono che alcuni vulcani siano ancora attivi.
Per confrontare Venere con gli altri pianeti del Sistema solare si può leggere l'articolo su pianeti e lune e le loro proporzioni. Per approfondire, la voce Venere su Wikipedia offre una panoramica completa. Altri articoli si trovano nella sezione Pianeti.




