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Apollo 13 Houston abbiamo un problema

Apollo 13 Houston abbiamo un problema

"Okay, Houston, we've had a problem here". Con queste parole, pronunciate con calma la sera del 13 aprile 1970, l'astronauta Jack Swigert comunicò al centro di controllo che qualcosa di grave era successo a bordo di Apollo 13, a oltre 300.000 chilometri dalla Terra. La frase, diventata nel cinema "Houston, abbiamo un problema", è entrata nel linguaggio comune. La storia che seguì è una delle più straordinarie dell'esplorazione spaziale.

La terza missione verso la Luna

Apollo 13 doveva essere il terzo sbarco sulla Luna, dopo quelli di Apollo 11 e Apollo 12 nel 1969. L'obiettivo era la regione di Fra Mauro, una zona di altopiani interessante per i geologi. L'equipaggio era formato dal comandante Jim Lovell, veterano di tre voli spaziali, da Fred Haise, pilota del modulo lunare, e da Jack Swigert, pilota del modulo di comando. Swigert era stato aggiunto all'ultimo momento, tre giorni prima del lancio, al posto di Ken Mattingly, che era stato esposto al morbillo e non aveva l'immunità.

La missione partì l'11 aprile 1970 alle 13:13 ora di Houston. Per due giorni tutto procedette normalmente, al punto che le televisioni americane non trasmisero nemmeno in diretta il collegamento serale degli astronauti: andare sulla Luna sembrava già diventato una routine.

L'esplosione

Circa 56 ore dopo il lancio, il centro di controllo chiese all'equipaggio di mescolare il contenuto dei serbatoi di ossigeno del modulo di servizio, un'operazione di routine. Pochi secondi dopo, il serbatoio di ossigeno numero 2 esplose. L'esplosione danneggiò anche il serbatoio numero 1 e staccò un intero pannello del modulo di servizio.

L'ossigeno non serviva solo per respirare: alimentava le celle a combustibile che producevano elettricità e acqua per il modulo di comando Odyssey. Nel giro di poche ore le riserve si sarebbero esaurite. Lo sbarco sulla Luna fu annullato immediatamente. Il nuovo obiettivo era uno solo: riportare a casa vivi i tre astronauti.

La scialuppa di salvataggio

La soluzione fu usare il modulo lunare Aquarius, che avrebbe dovuto portare Lovell e Haise sulla superficie, come scialuppa di salvataggio. Il modulo di comando fu spento per conservare le batterie, indispensabili per il rientro, e i tre astronauti si trasferirono nel piccolo modulo lunare, progettato per due persone e per circa due giorni. Avrebbe dovuto sostenerne tre per quattro giorni.

Non era possibile invertire la rotta: la navicella doveva girare attorno alla Luna e usare la sua gravità per tornare verso la Terra, seguendo una traiettoria di ritorno libero. Il motore di discesa del modulo lunare fu acceso più volte per correggere la rotta e accelerare il rientro. Passando dietro la faccia nascosta della Luna, Apollo 13 raggiunse circa 400.000 chilometri dalla Terra: la maggiore distanza mai raggiunta da esseri umani, un record rimasto imbattuto per oltre cinquant'anni.

Il problema dell'anidride carbonica

Il pericolo più insidioso arrivò dall'aria. Tre persone nel modulo lunare producevano più anidride carbonica di quanta i filtri del modulo potessero assorbire. I filtri di ricambio c'erano, ma erano quelli del modulo di comando: quadrati, mentre gli alloggiamenti del modulo lunare erano rotondi.

A Houston un gruppo di ingegneri improvvisò una soluzione usando solo i materiali disponibili a bordo: sacchetti di plastica, cartoncino delle copertine dei manuali di volo, un tubo delle tute spaziali e nastro adesivo. Le istruzioni furono lette via radio agli astronauti, che costruirono l'adattatore. Funzionò. È diventato uno dei simboli dell'ingegneria sotto pressione.

Freddo, sete e il rientro

Per risparmiare energia quasi tutti i sistemi furono spenti. La temperatura all'interno scese a pochi gradi sopra lo zero, le pareti si coprirono di condensa e gli astronauti dormivano pochissimo. L'acqua fu razionata: Haise sviluppò un'infezione alle vie urinarie e la febbre.

Poche ore prima del rientro, l'equipaggio tornò nel modulo di comando, lo riaccese con una procedura scritta in fretta dagli ingegneri, tra cui Ken Mattingly, rimasto a terra, e sganciò il modulo di servizio danneggiato, fotografandolo per la prima volta: mancava un intero pannello. Poi fu sganciato anche l'Aquarius. Il 17 aprile 1970 la capsula ammarò nell'oceano Pacifico, vicino alla nave di recupero. Tutto il mondo aveva seguito il rientro con il fiato sospeso.

La causa e l'eredità

L'indagine successiva scoprì che il guasto aveva un'origine lontana. Il serbatoio conteneva interruttori termici progettati per 28 volt, mentre le attrezzature a terra funzionavano a 65 volt. Durante un test prima del lancio, gli interruttori si erano saldati e il serbatoio si era surriscaldato, danneggiando l'isolamento dei cavi. In volo, una scintilla aveva innescato l'esplosione.

La NASA definì Apollo 13 un "fallimento di successo": la missione non raggiunse la Luna, ma dimostrò la capacità di affrontare l'imprevisto. La storia è stata raccontata nel film Apollo 13 di Ron Howard, del 1995. La vita e la sicurezza degli astronauti restano temi centrali, come mostra l'esperienza di chi vive oggi sulla Stazione Spaziale Internazionale e la storia di chi è arrivato per primo nello spazio, come Yuri Gagarin.

Per approfondire si può consultare la voce Apollo 13 su Wikipedia in inglese. Altri articoli si trovano nella sezione Astronomia.

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