Nel 1885, in una fonderia della piccola città austriaca di Schöndorf, vicino a Vöcklabruck, alcuni operai spaccarono un blocco di carbone e trovarono al suo interno un piccolo oggetto metallico dalla forma geometrica. È passato alla storia come il cubo di Salisburgo, o cubo di Wolfsegg, ed è diventato uno dei più famosi "reperti fuori posto": oggetti che, secondo alcuni, non dovrebbero trovarsi dove sono stati rinvenuti.
Il ritrovamento
Secondo la ricostruzione più diffusa, il carbone proveniva da una miniera della zona di Wolfsegg ed era di tipo lignitico, formatosi nell'era Terziaria, cioè milioni di anni fa. L'oggetto era un parallelepipedo di circa 6-7 centimetri di lato, pesante poco meno di 800 grammi, con due facce leggermente arrotondate e un solco inciso tutt'intorno. La fonderia apparteneva alla famiglia Braun, e fu il figlio del proprietario a portare l'oggetto al museo di Salisburgo.
La forma regolare fece subito pensare a un manufatto. Ma se il cubo era davvero rimasto chiuso nel carbone per milioni di anni, chi poteva averlo fabbricato, molto prima della comparsa degli esseri umani?
Un meteorite?
Nel 1886 l'ingegnere minerario tedesco Adolf Gurlt presentò il reperto in una conferenza e ne pubblicò una descrizione, sostenendo che si trattasse di un meteorite. Secondo Gurlt la forma geometrica poteva essere spiegata con la struttura cristallina del ferro meteoritico, e l'oggetto era caduto sulla Terra in epoca remota finendo sepolto tra i sedimenti che sarebbero diventati carbone. L'ipotesi ebbe una certa diffusione, anche nelle riviste scientifiche dell'epoca.
Ma i meteoriti metallici contengono sempre una quantità significativa di nichel, e hanno una caratteristica struttura cristallina interna che si rivela con l'acido. Il cubo non sembrava corrispondere a queste caratteristiche.
Le analisi del Novecento
Per decenni l'oggetto si ritenne perduto. Negli anni Sessanta fu ritrovato nelle collezioni del museo civico di Vöcklabruck e fu analizzato dal Museo di Storia Naturale di Vienna. Le analisi indicarono che non si trattava di un meteorite, ma di ghisa, una lega di ferro e carbonio prodotta dall'uomo, con un contenuto di nichel troppo basso per un'origine spaziale.
Gli studiosi hanno proposto diverse spiegazioni sulla sua natura: un pezzo di un macchinario, un contrappeso, un utensile usato in miniera o in fonderia. Il solco inciso tutt'intorno fa pensare a qualcosa che doveva essere legato o agganciato. Il fatto che fosse fatto di ghisa lo colloca in ogni caso in un'epoca recente, compatibile con l'attività industriale dell'Ottocento.
Come ci è finito nel carbone?
Resta il problema del ritrovamento. Se il cubo era di fabbricazione umana, come poteva trovarsi dentro un blocco di carbone antico di milioni di anni? Le spiegazioni proposte sono semplici. L'oggetto potrebbe essere finito nel carbone durante l'estrazione o il trasporto, magari inglobato in una fessura o in un blocco frantumato e ricompattato. Oppure potrebbe essere stato semplicemente trovato vicino al carbone e poi raccontato come estratto dal suo interno. Non esistono fotografie o documenti che mostrino il cubo ancora inglobato nel blocco, e la testimonianza del ritrovamento è indiretta.
Con il tempo, inoltre, la storia si è arricchita di dettagli non verificati: il cubo sarebbe fatto di una lega sconosciuta, sarebbe perfettamente squadrato, sarebbe stato nascosto dalle autorità. Le analisi disponibili non confermano nessuno di questi elementi.
Una storia che cambia nel tempo
Il caso del cubo mostra bene come un racconto si trasformi passando di libro in libro. Le prime descrizioni dell'Ottocento parlavano di un oggetto di forma regolare ma non perfetta, con spigoli arrotondati e superfici irregolari. Nelle versioni pubblicate un secolo dopo in libri di misteri e riviste popolari, il cubo diventa un parallelepipedo "lavorato con precisione", la miniera diventa un giacimento di "milioni di anni" senza alcuna incertezza, e le analisi che ne indicano l'origine industriale scompaiono del tutto. Chi vuole farsi un'idea deve risalire alle fonti originali, che in questo caso sono poche e di seconda mano: il racconto del ritrovamento arriva infatti attraverso le parole di chi portò l'oggetto al museo, non di chi spaccò il blocco di carbone.
I reperti fuori posto
Il cubo di Salisburgo fa parte di una famiglia di oggetti che gli appassionati di misteri chiamano OOPArt (out-of-place artifacts): catene d'oro nel carbone, chiodi nelle rocce, martelli fossilizzati. Secondo i sostenitori sarebbero prove dell'esistenza di civiltà avanzate perdute o di visite extraterrestri nel lontano passato.
Quasi sempre, analizzati con attenzione, questi oggetti rivelano spiegazioni ordinarie: concrezioni naturali, manufatti recenti inglobati in rocce che si formano rapidamente, errori di datazione, racconti deformati dal passaparola. È il caso delle sfere di Klerksdorp, che si sono rivelate concrezioni minerali, o delle pietre vive della Romania, che crescono per ragioni del tutto naturali.
Questo non rende meno interessanti le loro storie: raccontano come si costruisce un mistero, e quanto sia importante verificare le fonti. Oggi il cubo di Salisburgo è conservato nel museo di Vöcklabruck, ancora meta di curiosi.
Allo stesso filone appartengono enigmi come il cifrario di Beale, che promette un tesoro mai trovato, e il monolite dello Utah, comparso e scomparso nel deserto nel 2020.
Per un approfondimento sui reperti fuori posto si può consultare la voce Out-of-place artifact su Wikipedia in inglese. Altri misteri si trovano nella sezione UFO, alieni e misteri.




