Siamo soli nell'universo? È una delle domande più antiche dell'umanità, ma solo negli ultimi trent'anni la scienza ha cominciato ad avere i dati per affrontarla seriamente. Dalla scoperta del primo pianeta attorno a una stella simile al Sole, nel 1995, il numero di pianeti extrasolari conosciuti è cresciuto in modo vertiginoso, e con esso la possibilità di stimare quanti mondi potenzialmente abitabili esistano nella nostra galassia.
Migliaia di pianeti attorno ad altre stelle
Nel marzo 2022 l'archivio degli esopianeti della NASA ha superato la soglia dei 5.000 pianeti confermati, e nel 2025 quella dei 6.000. A questi si aggiungono migliaia di "candidati" in attesa di verifica. La maggior parte è stata scoperta con due metodi: il metodo dei transiti, che misura il piccolo calo di luminosità di una stella quando un pianeta le passa davanti, e il metodo delle velocità radiali, che rileva l'oscillazione della stella causata dall'attrazione gravitazionale del pianeta.
Il telescopio spaziale Kepler, attivo dal 2009 al 2018, ha avuto un ruolo decisivo: osservando in modo continuo una piccola porzione di cielo, ha dimostrato che i pianeti sono la regola e non l'eccezione. Secondo le stime attuali, nella Via Lattea ci sarebbero in media almeno tanti pianeti quante stelle, cioè centinaia di miliardi.
La zona abitabile
Non tutti i pianeti, ovviamente, sono adatti alla vita come la conosciamo. Gli astronomi cercano in particolare pianeti rocciosi, di dimensioni simili alla Terra, che orbitano nella cosiddetta zona abitabile: la fascia attorno a una stella in cui la temperatura permetterebbe all'acqua di restare liquida in superficie.
Tra gli esempi più noti ci sono Proxima b, attorno alla stella più vicina al Sole, e il sistema TRAPPIST-1, dove sette pianeti di dimensioni terrestri orbitano attorno a una piccola stella rossa, alcuni dei quali nella zona abitabile. Trovarsi nella zona giusta, però, non basta: servono un'atmosfera adatta, una certa stabilità e probabilmente molti altri fattori che non conosciamo ancora.
Il calcolo statistico delle civiltà
Nel 1961 l'astronomo Frank Drake propose un'equazione per stimare il numero di civiltà tecnologiche nella galassia, moltiplicando fattori come il ritmo di formazione delle stelle, la frazione di stelle con pianeti, la probabilità che la vita nasca e che sviluppi tecnologia. Il problema è che molti di questi fattori sono sconosciuti, e i risultati possono variare da uno a milioni.
Nel 2020 due ricercatori dell'Università di Nottingham, Tom Westby e Christopher Conselice, hanno proposto un approccio diverso. Partendo dall'ipotesi che la vita intelligente si sviluppi su pianeti simili alla Terra in tempi simili a quelli terrestri (circa 5 miliardi di anni), hanno stimato che nella Via Lattea potrebbero esistere almeno 36 civiltà capaci di comunicare. La più vicina, secondo il loro calcolo, si troverebbe in media a circa 17.000 anni luce: troppo lontana per uno scambio di messaggi in tempi utili.
È importante sottolineare che si tratta di una stima basata su ipotesi precise, non di una scoperta: se la vita intelligente fosse più rara di quanto ipotizzato, il numero potrebbe essere molto inferiore, anche uno solo, cioè noi.
Cercare la vita nelle atmosfere
La nuova frontiera è lo studio delle atmosfere degli esopianeti. Quando un pianeta transita davanti alla sua stella, una piccola parte della luce attraversa la sua atmosfera, e analizzandola si possono identificare le molecole presenti. Il telescopio spaziale James Webb, operativo dal 2022, ha già rilevato acqua, anidride carbonica e metano in diversi mondi.
Gli scienziati cercano le cosiddette biofirme: combinazioni di gas difficili da spiegare senza la presenza di organismi viventi, come ossigeno e metano insieme. Alcuni annunci recenti hanno fatto discutere, ma finora nessuna biofirma è stata confermata in modo convincente. Nei prossimi anni si aggiungeranno il telescopio spaziale Nancy Grace Roman della NASA, la missione europea Ariel dedicata alle atmosfere planetarie e, più avanti, grandi osservatori progettati proprio per cercare "gemelli" della Terra.
Il paradosso di Fermi
Se la galassia è così ricca di pianeti, perché non abbiamo ancora trovato nessun segno di altre civiltà? È il celebre paradosso attribuito al fisico italiano Enrico Fermi, che negli anni Cinquanta si chiese: "Dove sono tutti quanti?". Le risposte proposte sono molte: le civiltà potrebbero essere rare, durare poco, essere troppo lontane, oppure comunicare in modi che non sappiamo riconoscere.
La ricerca di segnali artificiali è il campo del progetto SETI, che da decenni ascolta il cielo; tra i casi più discussi c'è il segnale radio da Proxima Centauri, poi attribuito a interferenze terrestri. Per esplorare la varietà dei mondi scoperti leggi anche i nostri articoli sui pianeti estremi e su le stelle da cui gli alieni potrebbero vedere la Terra. I numeri aggiornati sono consultabili sul portale NASA Exoplanets.




