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SETI: Osservando il Cielo in Cerca di Vita Aliena

SETI: Osservando il Cielo in Cerca di Vita Aliena

Siamo soli nell'universo? È una delle domande più antiche dell'umanità, ma solo dalla metà del Novecento abbiamo gli strumenti per cercare una risposta concreta. Il SETI, acronimo di Search for Extraterrestrial Intelligence, è l'insieme delle ricerche scientifiche che cercano tracce di civiltà tecnologiche su altri mondi, soprattutto attraverso segnali radio. Nessun segnale alieno è stato ancora confermato, ma la ricerca continua con strumenti sempre più potenti.

L'idea: ascoltare le onde radio

Nel 1959 i fisici Giuseppe Cocconi, italiano, e Philip Morrison pubblicarono sulla rivista Nature un breve articolo destinato a fare storia. Proponevano che civiltà avanzate potessero comunicare con onde radio, e suggerivano di cercare segnali vicino alla frequenza di 1.420 megahertz, quella emessa dall'idrogeno, l'elemento più diffuso nell'universo. Una frequenza "naturale" che qualsiasi astronomo, in qualsiasi parte della galassia, avrebbe conosciuto.

Il Progetto Ozma

Nel 1960 il giovane radioastronomo Frank Drake mise in pratica l'idea. Con un'antenna di 26 metri dell'osservatorio di Green Bank, in West Virginia, ascoltò per alcune settimane due stelle simili al Sole, Tau Ceti ed Epsilon Eridani. Fu il Progetto Ozma, dal nome della regina del regno immaginario di Oz. Non trovò segnali artificiali, ma segnò l'inizio della ricerca SETI come disciplina scientifica.

L'anno dopo, per un convegno a Green Bank, Drake formulò la celebre equazione di Drake, che scompone la stima del numero di civiltà comunicanti nella galassia in una serie di fattori: quante stelle nascono, quante hanno pianeti, quanti pianeti sono abitabili, quanto spesso nasce la vita e la tecnologia, e quanto durano le civiltà. Ne parliamo in vita aliena nella Via Lattea.

Il segnale "Wow!"

Il 15 agosto 1977 il radiotelescopio Big Ear dell'Università statale dell'Ohio registrò un segnale forte e a banda stretta, proveniente dalla costellazione del Sagittario, durato 72 secondi. L'astronomo Jerry Ehman, vedendo i dati stampati, cerchiò la sequenza e scrisse a margine "Wow!". Il segnale non fu mai più osservato, nonostante numerose ricerche successive. Sono state proposte diverse spiegazioni naturali, ma nessuna definitiva.

Dalla NASA ai finanziamenti privati

Negli anni Novanta la NASA avviò un grande programma SETI, cancellato dal Congresso statunitense nel 1993 dopo appena un anno. Da allora la ricerca è andata avanti soprattutto con fondi privati. Il SETI Institute, fondato in California nel 1984, ha costruito con il contributo del cofondatore di Microsoft Paul Allen l'Allen Telescope Array, una schiera di antenne dedicata alla ricerca di segnali.

Dal 1999 al 2020 il progetto SETI@home dell'Università di Berkeley ha coinvolto milioni di volontari, che mettevano a disposizione i loro computer per analizzare i dati del radiotelescopio di Arecibo: uno dei primi esempi di calcolo distribuito su larga scala. Dal 2015 il programma Breakthrough Listen, finanziato dal miliardario Yuri Milner, usa alcuni dei più grandi radiotelescopi del mondo per osservare milioni di stelle.

Il contributo italiano

Anche l'Italia ha una tradizione nella ricerca SETI. Oltre al contributo pionieristico di Cocconi, il radiotelescopio di Medicina, vicino a Bologna, gestito dall'INAF, ha ospitato per anni programmi di ricerca di segnali artificiali e ha partecipato al progetto A Sign in Space, che ha simulato la ricezione di un messaggio alieno.

Oltre la radio: le tecnofirme

Oggi la ricerca non si limita alle onde radio. Il SETI ottico cerca brevissimi lampi laser che una civiltà potrebbe usare per comunicare. Altri ricercatori cercano "tecnofirme" di tipo diverso: gas inquinanti nelle atmosfere di esopianeti, luci artificiali, o enormi strutture costruite attorno alle stelle per raccoglierne l'energia, come le ipotetiche sfere di Dyson. Nel 2015 la strana variazione di luminosità della stella di Tabby fece pensare a una struttura artificiale, ma gli studi successivi l'hanno attribuita a nubi di polvere.

E se trovassimo qualcosa?

La comunità SETI ha stabilito da tempo alcune regole su come comportarsi in caso di scoperta. Un segnale candidato deve essere confermato da altri osservatori indipendenti prima di qualsiasi annuncio; i dati devono essere condivisi con la comunità scientifica internazionale; e la decisione su un'eventuale risposta non dovrebbe essere presa da un singolo gruppo o paese, ma dopo una consultazione globale.

Anche se un segnale venisse confermato, potrebbe essere molto difficile capirne il contenuto. Proprio per prepararsi a questa eventualità sono nati esperimenti come A Sign in Space. E le distanze in gioco renderebbero una conversazione lentissima: un messaggio da una stella a cento anni luce impiegherebbe un secolo per arrivare, e la nostra risposta altrettanto.

Falsi allarmi e sfide

Uno dei problemi principali del SETI sono le interferenze prodotte dalla nostra stessa tecnologia. Il caso più celebre degli ultimi anni è il segnale BLC1 da Proxima Centauri, rivelatosi un'interferenza terrestre. Anche i misteriosi fast radio burst hanno fatto pensare, per un periodo, a possibili origini artificiali, prima di essere collegati alle stelle di neutroni.

Il silenzio finora registrato non significa che non ci sia nessuno: abbiamo esplorato solo una piccolissima parte delle stelle, delle frequenze e dei tempi possibili. Per saperne di più sui progetti in corso si può visitare il sito del SETI Institute. Uno dei grandi promotori della ricerca è stato Carl Sagan.

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