Nell'estate del 2020 la Siberia ha bruciato come raramente era successo prima. Mentre il mondo era concentrato sulla pandemia, nelle regioni artiche della Russia divampavano incendi enormi, alimentati da un caldo record. Molti di quei roghi non erano nuovi: erano fuochi che avevano continuato a covare sotto terra e sotto la neve per tutto l'inverno, per poi riaccendersi in primavera. Li chiamano incendi zombie, perché sembrano morti e poi tornano in vita.
Il fuoco sotto la neve
Gli incendi zombie, in inglese zombie fires o overwintering fires, si formano soprattutto nelle torbiere e nei suoli ricchi di materia organica delle foreste boreali e della tundra. La torba è un accumulo di resti vegetali parzialmente decomposti, formatosi in migliaia di anni in ambienti umidi e freddi. Quando si secca, diventa un ottimo combustibile.
Un incendio che raggiunge la torba può penetrare nel suolo e continuare a bruciare lentamente, senza fiamme, sotto la superficie. È una combustione "a brace", povera di ossigeno, che produce molto fumo ma poco calore visibile. In autunno la neve copre il terreno e isola lo strato che brucia, proteggendolo dal freddo. Il fuoco sopravvive così per mesi, a volte avanzando di qualche metro sotto il suolo, e quando in primavera la neve si scioglie e il terreno si asciuga può riemergere e riaccendere la vegetazione in superficie.
L'estate record del 2020
Nel giugno 2020 la cittadina siberiana di Verchojansk, una delle località abitate più fredde del pianeta, ha registrato una temperatura di 38 °C, poi riconosciuta dall'Organizzazione meteorologica mondiale come il valore più alto mai misurato a nord del Circolo polare artico. Il primo semestre dell'anno in Siberia è stato di diversi gradi più caldo della media.
In queste condizioni gli incendi si sono moltiplicati. Il servizio europeo di monitoraggio atmosferico Copernicus ha stimato che gli incendi nel Circolo polare artico nel 2020 hanno emesso una quantità di anidride carbonica superiore a quella degli anni precedenti, già a loro volta eccezionali. Le immagini satellitari mostravano fronti di fuoco a pochi chilometri dall'oceano Artico, in zone dove un tempo gli incendi erano rarissimi.
Un circolo vizioso
Gli incendi artici preoccupano i climatologi per un motivo preciso: le torbiere e il permafrost, il terreno perennemente gelato delle regioni polari, contengono enormi quantità di carbonio accumulato in migliaia di anni. Si stima che il permafrost dell'emisfero nord ne custodisca circa il doppio di quello presente oggi nell'atmosfera.
Quando le torbiere bruciano, quel carbonio viene liberato come anidride carbonica e metano, due gas serra che riscaldano ulteriormente il clima. Il calore scioglie il permafrost, che a sua volta rilascia altri gas e rende i suoli più secchi e infiammabili. Gli incendi, inoltre, distruggono lo strato di muschi e vegetazione che isola il permafrost, accelerandone lo scioglimento. È un meccanismo di retroazione positiva: il riscaldamento produce incendi, e gli incendi producono altro riscaldamento.
La fuliggine prodotta dagli incendi, depositandosi sulla neve e sul ghiaccio, li rende più scuri e ne accelera la fusione, un altro effetto che amplifica il riscaldamento.
Non solo in Siberia
Gli incendi zombie sono stati osservati anche in Alaska, in Canada e in Scandinavia. Nel 2023 il Canada ha vissuto la peggiore stagione di incendi della sua storia, con oltre 15 milioni di ettari bruciati, e decine di focolai sono sopravvissuti all'inverno per riaccendersi nella primavera del 2024. Uno studio basato su dati satellitari dell'Alaska e dei Territori del Nordovest ha mostrato che gli incendi capaci di superare l'inverno sono più frequenti dopo estati particolarmente calde e stagioni di incendi molto estese.
Come si individuano
Individuare un incendio zombie non è facile: sotto la neve non si vede. Gli scienziati usano i satelliti per cercare i punti in cui, all'inizio della primavera, compaiono focolai proprio ai margini delle aree bruciate l'anno precedente, prima che ci siano fulmini o attività umane che possano spiegarli. Alcuni gruppi di ricerca stanno sviluppando modelli per prevedere dove gli incendi potrebbero sopravvivere all'inverno, in modo da intervenire in anticipo.
Spegnerli è ancora più difficile: il fuoco brucia sotto terra, in zone remote e spesso irraggiungibili. Negli ecosistemi boreali gli incendi sono sempre esistiti e fanno parte del ciclo naturale della foresta, ma la loro frequenza, la loro estensione e la loro capacità di sopravvivere all'inverno sono aumentate con il riscaldamento dell'Artico, che si scalda circa quattro volte più velocemente della media globale.
Un segnale del clima che cambia
Gli incendi zombie sono uno dei tanti segnali che arrivano dalle regioni polari, insieme allo scioglimento dei ghiacci marini e dei ghiacciai. Le politiche internazionali sul clima, dal Protocollo di Kyoto all'Accordo di Parigi, cercano di limitare il riscaldamento proprio per evitare che meccanismi come questi diventino inarrestabili. La Siberia, con i suoi ecosistemi unici come il lago Baikal, è una delle regioni in prima linea.
Per approfondire si può consultare la voce Zombie fire su Wikipedia in inglese. Altri articoli sul clima si trovano nella sezione Clima e ambiente.




