
Alla fine degli anni Cinquanta, nel pieno della Guerra fredda, gli Stati Uniti presero in considerazione un'idea che oggi sembra uscita da un film di fantascienza: far esplodere una bomba nucleare sulla Luna. Il piano, noto come Progetto A119, rimase segreto per quarant'anni. Quando fu rivelato, alla fine degli anni Novanta, emerse anche un dettaglio sorprendente: tra i giovani scienziati coinvolti c'era Carl Sagan.
Il contesto: lo shock dello Sputnik
Il 4 ottobre 1957 l'Unione Sovietica lanciò lo Sputnik 1, il primo satellite artificiale della storia. Un mese dopo lo Sputnik 2 portò in orbita la cagnolina Laika. Per gli Stati Uniti fu uno shock: il rivale sembrava in vantaggio nella tecnologia missilistica, con tutte le implicazioni militari del caso. Iniziò una corsa affannosa per recuperare prestigio e dimostrare la propria forza.
In questo clima, l'aeronautica militare statunitense commissionò alcuni studi su possibili "dimostrazioni" spettacolari nello spazio.
Uno "studio sui voli di ricerca lunari"
Nel 1958 l'aeronautica affidò alla Armour Research Foundation, un istituto di ricerca di Chicago, uno studio dal titolo volutamente anonimo: A Study of Lunar Research Flights. Il gruppo di lavoro era guidato dal fisico Leonard Reiffel. L'obiettivo era valutare gli effetti di un'esplosione nucleare sulla superficie lunare, sia dal punto di vista scientifico sia da quello della visibilità dalla Terra.
L'idea era far arrivare sulla Luna un missile con una piccola testata nucleare e farla esplodere vicino al terminatore, la linea che separa la parte illuminata da quella in ombra. In questo modo la nube di polvere sollevata dall'esplosione sarebbe stata illuminata dal Sole e ben visibile dalla Terra, anche a occhio nudo o con semplici telescopi.
Quanto era potente la bomba?
Contrariamente a quanto si legge spesso, non si trattava di una bomba all'idrogeno da megatoni. Secondo le ricostruzioni basate sulle dichiarazioni di Reiffel, lo studio prendeva in considerazione una testata relativamente piccola, del tipo W25, con una potenza di circa 1,7 chilotoni: meno di un ottavo della bomba sganciata su Hiroshima. Una scelta dettata anche dai limiti di peso dei missili dell'epoca.
Scienza o propaganda?
Ufficialmente il progetto aveva anche obiettivi scientifici: studiare la composizione della superficie lunare, la sismicità del satellite e il comportamento della polvere e dei gas nel vuoto. Ma lo stesso Reiffel dichiarò anni dopo che lo scopo principale era impressionare l'opinione pubblica mondiale e mostrare la superiorità degli Stati Uniti, "un'esibizione di forza" in risposta allo Sputnik.
Il contributo del giovane Carl Sagan
Tra i collaboratori del progetto c'era Carl Sagan, allora dottorando di appena 24 anni, che sarebbe diventato uno dei più grandi divulgatori scientifici del Novecento. Sagan si occupò di calcolare come si sarebbe espansa la nube di polvere e gas dopo l'esplosione e se potesse essere osservata dalla Terra. La sua partecipazione emerse solo nel 1999, grazie al lavoro del biografo Keay Davidson, e fu confermata da Reiffel.
Ironia della storia: Sagan diventò in seguito uno dei più attivi sostenitori del disarmo nucleare e contribuì a far conoscere al grande pubblico il rischio dell'"inverno nucleare". Abbiamo raccontato la sua storia nell'articolo Carl Sagan, la voce del cosmo.
Perché il progetto fu abbandonato
Il Progetto A119 fu accantonato all'inizio del 1959. Le ragioni principali furono:
- il timore di una reazione negativa dell'opinione pubblica, in patria e all'estero, verso un gesto percepito come aggressivo e distruttivo;
- il rischio di contaminare la Luna con materiale radioattivo, compromettendo future ricerche scientifiche, compresa la possibile ricerca di tracce di vita o di molecole organiche;
- i rischi tecnici: un lancio fallito avrebbe potuto far ricadere la testata sulla Terra.
Secondo diverse fonti, anche l'Unione Sovietica studiò un progetto simile, poi anch'esso abbandonato.
Cosa si sarebbe visto dalla Terra
Secondo i calcoli dell'epoca, un'esplosione nel vuoto non avrebbe prodotto il classico fungo atomico, perché sulla Luna non c'è atmosfera. Il lampo sarebbe stato brevissimo, mentre la nube di polvere e detriti sollevata dall'impatto si sarebbe espansa rapidamente in tutte le direzioni, ricadendo poi sulla superficie. Proprio per questo era essenziale colpire la zona del terminatore: con il Sole basso sull'orizzonte lunare, la nube si sarebbe stagliata luminosa contro lo sfondo scuro della parte in ombra.
Gli scienziati speravano anche di misurare dalla Terra la luce emessa dall'esplosione e di ricavare informazioni sulla composizione del suolo lunare. Molte di queste informazioni sarebbero poi arrivate, in modo molto più pacifico, dai campioni riportati dagli astronauti delle missioni Apollo.
Le regole di oggi
Pochi anni dopo, la comunità internazionale stabilì regole precise. Il trattato del 1963 sulla messa al bando parziale degli esperimenti nucleari vietò le esplosioni nell'atmosfera e nello spazio, e il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 proibì di collocare armi nucleari in orbita o sui corpi celesti e stabilì che la Luna deve essere usata solo per scopi pacifici.
La corsa allo spazio prese così una strada diversa, fatta di esplorazione scientifica: dal volo di Yuri Gagarin alle missioni Apollo, fino al lavoro di scienziati come Eugene Shoemaker, le cui ceneri oggi riposano sulla Luna. Una ricostruzione con le fonti è disponibile alla voce Project A119 su Wikipedia.




