Tra le opere in terracotta più antiche e affascinanti del mondo ci sono i dogū, piccole statuette prodotte in Giappone durante il periodo Jōmon, la lunga epoca preistorica che va da oltre 10.000 anni fa fino a circa il III secolo a.C. Figure dal corpo stilizzato, con fianchi larghi, occhi enormi e decorazioni elaborate, che gli archeologi collegano a riti di fertilità e guarigione. Ma alcuni modelli, con i loro "occhialoni" e le vesti che sembrano tute, hanno ispirato anche teorie molto più audaci.
Il periodo Jōmon
Il nome Jōmon significa "segno della corda" e deriva dalle decorazioni impresse con corde sulla ceramica di quest'epoca. Le popolazioni Jōmon erano cacciatori, pescatori e raccoglitori che vivevano in villaggi stabili: un caso raro nella preistoria, perché la sedentarietà è di solito associata all'agricoltura. Furono tra i primi al mondo a produrre vasellame in ceramica, con reperti datati a circa 16.000 anni fa.
I dogū compaiono già nelle fasi iniziali del periodo, ma diventano più numerosi e complessi a partire dal Jōmon medio e tardo, cioè indicativamente tra il 3000 e il 400 a.C. Se ne conoscono oltre diciottomila esemplari, soprattutto nel Giappone orientale.
La vita nei villaggi Jōmon
Per capire i dogū bisogna immaginare il mondo in cui sono nati. I villaggi Jōmon erano formati da abitazioni semi-interrate disposte spesso attorno a uno spazio centrale, usato forse per cerimonie e sepolture. Il sito di Sannai-Maruyama, nella prefettura di Aomori, ospitò per circa 1.500 anni una comunità numerosa, con grandi edifici su pali e cumuli di rifiuti che hanno restituito migliaia di frammenti di ceramica e di statuette.
In questi contesti i dogū convivono con altri oggetti rituali, come bastoni di pietra, orecchini in terracotta e maschere. Tutto fa pensare a una vita religiosa ricca, legata ai cicli della natura, all'abbondanza di cibo e alla continuità della comunità. Nel 2021 diversi siti Jōmon del nord del Giappone sono stati iscritti nella lista del patrimonio mondiale UNESCO.
Come sono fatti i dogū
Le dimensioni variano molto: da pochi centimetri fino a circa 30-40 centimetri. Le forme sono antropomorfe ma fortemente stilizzate. Molte statuette presentano caratteristiche femminili accentuate, come seni, fianchi e ventre arrotondato, a volte chiaramente in gravidanza. Per questo l'interpretazione più diffusa le collega alla fertilità, alla maternità e alla protezione della vita.
Tra i tipi più celebri ci sono:
- La "Venere Jōmon", rinvenuta a Tanabatake (Nagano), dalle forme morbide e piene, dichiarata Tesoro nazionale del Giappone.
- La "Dea mascherata", con il volto coperto da una sorta di maschera triangolare.
- I dogū "con occhiali" (shakōki-dogū), tipici del Jōmon finale nel nord dell'isola di Honshū, come quelli del sito di Kamegaoka (Aomori): hanno occhi enormi a fessura, simili a occhiali da neve, e il corpo coperto di motivi geometrici.
Perché venivano rotti?
Un dettaglio sorprendente è che la grande maggioranza dei dogū è stata ritrovata in frammenti, spesso con un braccio o una gamba staccati, e le parti mancanti non si trovano nello stesso punto. Molti archeologi ritengono che la rottura fosse intenzionale: la statuetta poteva rappresentare una persona malata o un problema da allontanare, e spezzarla serviva a trasferire su di essa il male. Altre ipotesi parlano di riti legati alla nascita, alla morte o alla rigenerazione della natura.
Non sappiamo con certezza come venissero usati. Le figure non stanno quasi mai in piedi da sole: potevano essere tenute in mano, appese o deposte in luoghi particolari. È probabile che il loro significato sia cambiato nei millenni e da una regione all'altra.
La teoria degli antichi astronauti
Negli anni Sessanta e Settanta, alcuni autori legati alla teoria degli "antichi astronauti", tra cui lo scrittore svizzero Erich von Däniken, proposero che i dogū con gli occhiali rappresentassero visitatori extraterrestri. Gli occhi a fessura sarebbero visori, le decorazioni del corpo i dettagli di una tuta spaziale, le forme rigonfie un abito pressurizzato.
L'idea ha avuto enorme successo nella cultura popolare, ma non ha riscontri archeologici. Le caratteristiche dei dogū si spiegano bene all'interno dell'arte Jōmon: le stesse decorazioni compaiono sulla ceramica dell'epoca, gli occhi "a occhiale" potrebbero richiamare gli occhiali da neve usati da popoli artici per proteggersi dal riverbero, oppure essere semplicemente una convenzione stilistica. Inoltre i dogū mostrano un'evoluzione graduale nel corso di migliaia di anni, cosa difficile da conciliare con l'idea di un modello "copiato" da un incontro isolato.
Un'eredità ancora viva
Oggi i dogū sono tra i simboli più riconoscibili dell'archeologia giapponese. Alcuni sono esposti al Museo nazionale di Tokyo e sono stati protagonisti di mostre internazionali, come quella del British Museum del 2009. Le loro forme hanno ispirato videogiochi, anime e design contemporaneo.
La loro storia ricorda da vicino quella di altri reperti antichi letti in chiave extraterrestre, come la statuetta dell'astronauta di Kiev o le sfere metalliche di Klerksdorp: oggetti reali, affascinanti, che la ricerca archeologica spiega in modo meno spettacolare ma non meno interessante. Per una scheda dettagliata sulle statuette si può consultare la voce Dogū su Wikipedia.
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